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mercoledì 23 marzo 2016

Terapia genica nel #MIELOMA, accordo tra due biotech milanesi

MILANO,  23 marzo - Le due biotech milanesi MolMed e Genenta Science hanno annunciato oggi di aver siglato un accordo pluriennale di collaborazione per lo sviluppo e la produzione di una terapia genica per il trattamento del mieloma multiplo. In base all’accordo, MolMed fornirà a Genenta Science i servizi di sviluppo e la validazione dei metodi di produzione analitici necessari per la sperimentazione clinica del prodotto di Genenta. MolMed inoltre supporterà la predisposizione e l’aggiornamento della documentazione regolatoria necessaria per ottenere l’autorizzazione per l’avvio della sperimentazione clinica. Una volta ottenuta l’autorizzazione, MolMed supporterà Genenta nella produzione in esclusiva dei lotti impiegati in tutte le fasi di sviluppo clinico in cui la terapia genica del mieloma multiplo sarà oggetto di studio.  “Lo scopo di Genenta Science è di portare rapidamente alla sperimentazione clinica, quindi sul paziente, il risultato di anni di attività di ricerca sullo sviluppo di terapie geniche innovative per l’inibizione dei tumori, mantenendo sempre come primo obiettivo il rigore scientifico e la sicurezza dei pazienti – ha dichiarato Pierluigi Paracchi, presidente e amministratore delegato di Genenta Science – la collaborazione con MolMed ci consente di perseguire efficacemente tale obiettivo”.
“Siamo fiduciosi che la partnership che prende il via oggi con Genenta sarà proficua e di successo – ha dichiarato Riccardo Palmisano, amministratore delegato di MolMed – ma ciò che fin da subito ci rende ulteriormente soddisfatti dell’accordo appena siglato è che coinvolge una promettente realtà biotech italiana come Genenta e che in tal modo MolMed possa essere parte attiva nel processo di rafforzamento e crescita del settore sul nostro territorio”. Nata come spin off dell’Istituto San Raffaele dalle ricerche di Naldini sull’utilizzo di vettori virali derivati dal virus Hiv, Genenta Science ha completato nel marzo del 2015 un round di investimento pari 10 milioni di euro.

domenica 13 marzo 2016

Linfociti T, sviluppi "significativi" nella cura del Mieloma e di altri tumori del sangue


Non solo un miglioramento della sopravvivenza, ma anche una possibile cura. È questo ciò intravedono all’orizzonte gli ricercatori impegnati nella ricerca sulle cosiddette CAR-T cells, linfociti T modificati geneticamente in modo da esprimere un recettore chimerico di un antigene (CAR) espresso sulle cellule tumorali. Vale a dire, selezionare 'soldati scelti' del sistema immunitario in grado di riconoscere e uccidere selettivamente le cellule tumorali del sangue. Si tratta di produrre "cellule killer T geneticamente elaborate": una sorta di arma artificialmente prodotta dal sistema immunitario, in grado di "convivere con qualsiasi cancro nel sistema sanguigno" e contrastarlo. In Italia lo straordinario risultato è statto ottenuto grazie allo studio firmato Irccs ospedale San Raffaele e università Vita-Salute San Raffaele, presentato recentemente a Washington in occasione del meeting annuale dell'American Association for the Advancement of Science (Aaas)
Quest’area di ricerca è oggi tra le più importanti in oncoematologia e lo testimoniano i numerosi lavori presentati sull’argomento anche al congresso dell’American Society of Hematology (ASH), a Orlando.
Linfomi non-Hodgkin recidivati o refrattari
Joshua Brody, direttore del Lymphoma Immunotherapy Program del Mount Sinai Hospital di New York, ha definito i nuovi dati “uno sviluppo significativo” e ne ha sottolineato le importanti implicazioni. "Con queste terapie a base di CAR T-cells, abbiamo visto pazienti in remissione, in alcuni casi si è trattato di remissioni complete e alcune di queste si sono dimostrate durature nel tempo" ha detto l’esperto in un’intervista.
Brody ha ricordato uno studio del gruppo di Stephen Schuster, dell'Università della Pennsylvania di Philadelphia, in cui si sono valutate sicurezza ed efficacia della terapia con CAR T-cells anti-CD19 nei pazienti con linfomi non-Hodgkin recidivati o refrattari, tra cui 21 soggetti con linfoma diffuso a grandi cellule B. "È possibile che i pazienti siano guariti" ha aggiunto, sottolineando, tuttavia, che per esserne sicuri occorrono diversi anni di follow-up continuativo.
Steven I. Park, direttore del Lineberger Lymphoma Oncology Program della University of North Carolina si è detto d’accordo col collega nel definire i risultati “entusiasmanti”. L’esperto ha ricordato la percentuale di risposta complessiva del 68%, sottolineando che tutti i pazienti con linfoma follicolare hanno risposto al trattamento, e la sopravvivenza libera da progressione a un anno del 62%.
"La tossicità è stata ritenuta gestibile" ha detto, osservando che 16 pazienti hanno sviluppato la sindrome da rilascio di citochine. 
Ha poi aggiunto, che "il follow-up è relativamente breve, ma si tratta certamente di un trattamento molto promettente per il linfoma".
Il linfoma è attualmente al quinto posto per incidenza fra i vari tumori e il sottotipo più comune è il linfoma diffuso a grandi cellule B. I risultati degli studi sull’impiego delle CAR T-cells in questo sottotipo di linfoma sono stati, secondo Park, tra i più interessanti presentati, anche perche “questi pazienti non hanno a disposizione altre terapie che possano offrire lunghe remissioni, e tanto meno una cura”.
Leucemia linfatica cronica
Un altro studio interessante, che ha dato risultati positivi, è stato condotto da Cameron J. Turtle e altri ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, su pazienti affetti da leucemia linfatica cronica. Anche in questo caso si sono utilizzate cellule T che esprimono un CAR diretto contro l’antigene CD19.
"In questo studio, il trattamento è apparso più efficace quando è stata aggiunta fludarabina alla terapia a base di ciclofosfamide per la deplezione dei linfociti" ha detto Park, sottolineando che la percentuale di risposta completa ottenuta - 42% - è, di nuovo, molto promettente.
Riguardo alla chemioterapia, Brody ha osservato che “i ricercatori hanno cercato chemioterapie più dolci e più aggressive ed è emerso, non sorprendentemente, che il tipo più aggressiv, permette alle CAR T-cells di sopravvivere più a lungo nel paziente, essere maggiormente amplificate e combattere meglio il tumore".
L’ematologo ha aggiunto, tuttavia, che questa è una buona notizia, ma fino a un certo punto, in quanto la chemioterapia porta con sé effetti indesiderati aggiuntivi, di cui il principale è la sindrome da rilascio di citochine. "Questo è un grosso ostacolo che dobbiamo ancora affrontare" ha detto Brody.
Gestire la tossicità
Su questo fronte, lo specialista ha accennato al fatto che l’anti-IL6 tocilizumab sembra dimezzare la frequenza della sindrome da rilascio di citochine e a una nuova generazione di terapie a base di CAR T-cells dotate di un “interruttore di sicurezza molecolare” che può essere attivato con una pillola. Tuttavia, ha detto che al momento è ancora un po’ prematuro parlare di queste possibilità.
Catriona Jamieson, direttore della ricerca sulle cellule staminali presso il Moores Cancer Center della University of California di San Diego, ha citato uno studio di un gruppo giapponese, guidato da Reona Sakemura, dell’Università di Nagoya, che sta cercando di modificare la tecnologia di produzione delle CAR T-cells. 
"I ricercatori stavano cercando di realizzare un CAR anti-CD19 che possa essere attivato con la tetraciclina e disattivato togliendola" ha riferito la specialista, aggiungendo che sono emersi però alcuni problemi, tra cui il fatto che si è osservata una certa attività anche in assenza di tetraciclina. Cionondimeno, secondo la Jamieson questa strategia potrebbe essere davvero interessante, se fosse applicabile.
"È una strategia molto innovativa" ha detto. "In caso di sindrome da rilascio di citochine, forse potrebbe essere un sistema per bloccarla prima che diventi letale".
Mieloma multiplo e altri tumori
Anche se i risultati ottenuti finora nel linfoma e nella leucemia sono tutt’altro che consolidati, la ricerca si sta muovendo verso l’impiego delle CAR T-cells anche in altri tumori comuni, ematologici e non, come il mieloma multiplo, il cancro al seno e quello al polmone.
Mark Levis, della Johns Hopkins University di Baltimora, si è detto "molto eccitato" dai primi risultati sull’uomo di uno studio su cellule T esprimenti un CAR diretto contro un antigene implicato nella maturazione delle cellule B (BCMA) nel mieloma multiplo avanzato.
“Sembra che la terapia abbia funzionato altrettanto bene come nella leucemia linfoblastica acuta e che sia abbastanza sicura" ha detto il professore, sottolineando che gli autori hanno ottenuto alcune risposte notevoli in una malattia molto difficile da curare.
Levis ha anche aggiunto che capire come far funzionare le CAR T-cells nel mieloma multiplo potrebbe cambiare radicalmente questo campo, con un impatto potenzialmente significativo, se non ancor più significativo, rispetto alle altre neoplasie per cui quest’approccio è stato originariamente sviluppato.
"I pazienti affetti da mieloma multiplo sono molti di più, e scommetto che questa neoplasia risponderà in modo più efficace, il che porterà a un prolungamento della sopravvivenza pronunciato per una quota molto più ampia di persone" ha concluso l’esperto.


mercoledì 17 febbraio 2016

SVOLTA nella cura della leucemia (e, in prospettiva, del #MIELOMA)

WASHINGTON, 17 febbraio - Si accende una nuova speranza per i malati terminali affetti da leucemia e in prospettiva anche per quelli con il mieloma. Un gruppo di ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Centre di Seattle ha annunciato lo straordinario successo dei primi studi clinici su un nuovo trattamento che consiste nell'iniettare nel paziente cellule del sistema immunitario geneticamente modificate per attaccare uno specifico tumore del sangue. In uno studio presentato al meeting annuale dell'American Association for the Advancement of Science a Washington, il 94 per cento dei pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta, una grave forma di leucemia che puo' uccidere nel giro di pochi mesi, ha beneficiato della completa scomparsa dei sintomi.
Invece, i pazienti affetti da altre forme di leucemia hanno riportato tassi di risposta superiore all'80 per cento e più della meta' e' entrata in remissione completa. "Non ci sono stati altri casi in medicina, a essere onesti, in cui ci fossero reazioni tali in pazienti a uno stadio così avanzato", ha detto Stanley Riddel, lo scienziato che ha guidato lo studio. Questo trattamento prevede il prelievo delle cellule immunitarie dei pazienti, successivamente modificate con molecole in grado di colpire specificatamente il tumore. Una volta "ingegnerizzate" queste cellule vengono iniettate nel paziente. I risultati sono davvero eccezionali. "Questi sono pazienti su cui i trattamenti tradizionali hanno fallito"; ha detto Riddell, "La maggior parte dei pazienti del nostro studio avrebbero avuto dai due ai cinque mesi di vita", ha aggiunto.

venerdì 12 febbraio 2016

SCOPERTA (forse) la causa del mieloma: i LIPIDI in contesti infiammatori

LONDRA, 12 febbraio - Si profilano grandi novità all’orizzonte del trattamento del mieloma. Almeno è quanto sperano i ricercatori di Yale che hanno pubblicato il loro brief report sulle pagine del New England Journal of Medicine di questa settimana.
Madhav Dhodapkar, direttore dell’ematologia di Yale e colleghi ritengono infatti di aver scoperto la causa di almeno un terzo dei casi di mieloma, umore che interessa le plasmacellule, cellule deputate alla produzione degli anticorpi che ci difendono dalle infezioni. Una crescita incontrollata di queste cellule è alla base appunto del mieloma, ma è presente anche in una malattia rara, la malattia di Gaucher e determina anemia, dolori ossei e alterazioni della funzionalità renale.
Negli ultimi anni l’armamentario terapeutico contro il mieloma si è arricchito di molecole innovative e di grande efficacia portando una rivoluzione nella cura di queste malattie, che restano tuttavia incurabili.
Le cause di questo tumore sono un mistero. Almeno fino ad oggi.
I ricercatori di Yale, autori dello studio pubblicato sul New England, esaminando campioni di tessuti e di sangue, prelevati da pazienti e da un modello animale di malattia di Gaucher, sono riusciti infatti a dimostrare che la stimolazione cronica del sistema immunitario, operata da lipidi prodotti in contesti infiammatori, sarebbe alla base di almeno un terzo di tutti i casi di mieloma. 

In un paziente su tre di quelli con mieloma le plasmacellule ‘impazziscono’ perché iperstimolate da alcuni lipidi particolari, i lisolipidi. Questo potrebbe preludere ad una nuova era di trattamenti, ma anche migliorare la prevenzione di questo tumore delle plasmacellule negli individui a rischio.

“Riuscire a comprende l’origine di qualsiasi forma tumorale – afferma Dhodapkar – porta con sé una serie di implicazioni, anche su come riuscire a prevenirlo al meglio. Questi studi gettano le basi per un approccio innovativo, volto a ridurre i livelli di questi lipidi nei pazienti con malattia di Gaucher e in altri precursori del mieloma. Questo si potrebbe ottenere sia con alcuni farmaci, che con modifiche dello stile di vita, volte a ridurre  le concentrazioni di lipidi, al fine di ridurre il rischio di tumore”.
Ricerche condotte in passato dallo stesso gruppo avevano dimostrato che i pazienti con malattia di Gaucher (una malattia rara da accumulo lisosomiale, causata dalla carenza dell’enzima glucocerebrosidasi ) sono a rischio significativamente aumentato di sviluppare un mieloma; e sarebbe un sottotipo particolare di cellule immunitarie reattive al lipidi, dette NKT-TFH tipo II, a promuovere l’espansione delle plasmacellule in questi pazienti
Utilizzando campioni di sangue e di tessuto prelevato da pazienti e dal modello murino di Gaucher, i ricercatori americani hanno dimostrato che la gammopatia (considerata un ‘precursore’ del mieloma), tanto nei pazienti con Gaucher che nei topi, è indotta da alcuni lipidi particolari (detti lisolipidi) e che gli anticorpi prodotti dalle cellule tumorali, in un paziente con mieloma su tre, sono diretti contro questi lipidi.
La selezione indotta dall’antigene è implicata nella patogenesi delle gammopatie monoclonali e i pazienti con malattia di Gaucher sono ad aumentato rischio di queste condizioni. In questo studio i ricercatori americani hanno dimostrato che nei soggetti con malattia di Gaucher e nel modello murino di questa malattia, la gammopatia associata alla malattia di Gaucher è reattiva contro le liso-glucosilceramidi (LGL1), che sono abnormemente elevate in questi pazienti e nel modello murino.
Anche le immunoglobuline clonali nel 33% delle gammopatie monoclonali umane sporadiche risultano dirette in maniera specifica contro i lisolipidi LGL1 e la lisofosfatidilcolina (LPC). Alla luce di queste osservazioni, gli autori dello studio ritengono che l’attivazione immune a lungo termine, indotta dai lisolipidi, possa essere alla base sia delle gammopatie associate alla malattia di Gaucher, che di una parte delle gammopatie monoclonali sporadiche. La stimolazione antigenica a lungo termine può secondo gli autori, almeno in linea di principio, promuovere un’instabilità genomica nel mieloma, coinvolgendo le citidina deaminasi.
La riduzione delle LGL1, ottenuta mediante terapie che riducono i substrati, migliora la gammopatia associata alla malattia di Gaucher nel topo. In particolare, la somministrazione di eliglustat ai topi GBA1-/- con immunoglobuline clonali porta ad una riduzione degli anticorpi anti-LGL 1, nonché ad una riduzione delle immunoglobuline clonali in vivo;  questo dimostra che la gammopatia associata alla malattia di Gaucher può essere trattata, riducendo l’antigene che la provoca.
La disregolazione dei lisolipidi – osservano ancora gli autori – è stata descritta anche nell’obesità e il rischio di mieloma risulta maggiore tra le persone obese, rispetto ai normopeso. Di recente è stato inoltre dimostrato nel topo che l’obesità indotta dalla dieta è in grado di promuovere una condizione simile al mieloma.
A questo punto sarà necessario effettuare studi su un più ampio numero di pazienti per confermare le correlazioni cliniche e approfondire la genetica del mieloma ‘indotto-da-lipidi’; bisognerà inoltre valutare se modificare le concentrazioni di lipidi bioattivi possano influenzare la storia naturale delle gammopatie correlate a questi lipidi.
Lo studio è stato finanziato dai National Institutes of Health e dal Clinical and Translational Science Award.

domenica 17 gennaio 2016

DARATUMUMAB, conferme della sua efficacia nei mielomi refrattari in uno studio su THE LANCET


Nei pazienti con mieloma multiplo già trattati con almeno tre terapie (e con una mediana di cinque), daratumumab ha dimostrato di possedere un’attività clinica sostanziale e di essere ben tollerato nello studio di fase II SIRIUS, appena pubblicato su The Lancet.
Sono principalmente i risultati di questo studio ad aver fruttato al nuovo anticorpo monoclonale, il primo approvato per la cura del mieloma multiplo, il via libera della Food and Drug Adminstration per il trattamento dei pazienti con mieloma multiplo refrattari alla terapia con inibitori del proteasoma e con farmaci immunomodulatori, trattati precedentemente con almeno tre terapie. I primi risultati del trial erano stato presentati nel giugno scorso al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, terminato di recente a Chicago.
Nell’introduzione, Sagar Lonial, della Emory University di Atlanta, e gli altri ricercatori spiegano che servono nuove opzioni terapeutiche per i pazienti con mieloma multiplo refrattari agli inibitori del proteasoma e ai farmaci immunomodulatori.
Per questo, Loniar e i colleghi hanno provato a valutare daratumumab, un anticorpo monoclonale avente come bersaglio l’antigene CD38, effettuando uno studio multicentrico, in aperto, che ha coinvolto un gruppo di 106 pazienti con mieloma multiplo refrattario.
I partecipanti, arruolati in centri canadesi, spagnoli e statunitensi, sono stati trattati con daratumumab 16 mg/kg. Il tempo mediano dalla diagnosi iniziale era di 4,8 anni (range 1,1-23,8 anni), il numero mediano di precedenti terapie pari a 5 (range 2-14) e l’80% dei pazienti aveva ricevuto un trapianto di cellule staminali autologhe.
In totale, 87 pazienti (l’82%) avevano già fatto più di tre linee di terapia: tutti erano stati già stati trattati con inibitori del proteasoma, farmaci immunomodulatori e desametasone Il 95% dei partecipanti era refrattario agli inibitori del proteasoma e farmaci immunomodulatori utilizzati più di recente e il 97% si era dimostrato refrattario all’ultima linea di terapia effettuata prima dell’arruolamento.
Globalmente, 31 pazienti su 106 hanno avuto una risposta (ORR pari al 29,2%; IC al 95% 20,8-38,9), di cui tre (il 2,8%) sono state risposte complete stringenti, 10 (il 9,4%) risposte parziali molto buone e 18 (il 17%) risposte parziali.
"La resistenza a una qualunque terapia precedente non ha avuto alcun effetto sull'attività di daratumumab, ma questi risultati devono essere confermati in studi più ampi" scrivono Lonial e i colleghi.
Il tempo mediano per arrivare alla prima risposta è stato di un mese (range 0,9-5,6). La durata mediana della risposta è stata di 7,4 mesi (IC al 95% 5,5-non stimabile), mentre la sopravvivenza libera da progressione (PFS) è stata di 3,7 mesi (IC al 95% 2, 8-4,6), la sopravvivenza globale (OS) a 12 mesi è stata del 64,8% (IC al 95% 51, 2-75,5) e, in un successiva cutoff, l’OS mediana è risultata di 17,5 mesi (IC al 95% 13,7-non stimabile).
Daratumumab è stato ben tollerato e gli eventi avversi più comuni ematologici manifestatisi durante il trattamento sono stati anemia (33%), trombocitopenia (25%) e neutropenia (23%). L’altro evento avverso più frequente di qualsiasi grado è stato l’affaticamento (40%). Fatto importante, nessuno degli eventi avversi legati al farmaco ha portato a un’interruzione del trattamento.
Daratumumab si era dimostrato molto ben tollerato anche nello studio di fase I/II GEN501, pubblicato nell’agosto scorso sul New England Journal of Medicine, un altro degli studi su cui si è basata l’approvazione dell’Fda dell’anticorpo per i pazienti altamente pretrattati.
Secondo Lonial e gli altri ricercatori, il profilo di sicurezza favorevole di daratumumab lo rende un candidato promettente per nuove combinazioni e in effetti il farmaco ha già mostrato un’attività precoce in combinazione con lenalidomide e desametasone.

L'AGOPUNTURA contro le neuropatie causate dal VELCADE nei pazienti di MIELOMA


La neuropatia periferica è la tossicità dose-limitante di Bortezomib ( Velcade ) nei pazienti con mieloma multiplo. 
Sono state esaminate la sicurezza, la fattibilità e l'efficacia della agopuntura nella riduzione dei sintomi di neuropatia periferica indotta da Bortezomib.
I pazienti con mieloma multiplo con persistente neuropatia periferica indotta da Bortezomib di grado 2 o superiore, nonostante un adeguato intervento medico e la sospensione di Bortezomib, hanno ricevuto 10 trattamenti di agopuntura per 10 settimane ( 2 alla settimana per 2 settimane, 1 alla settimana per 4 settimane, e poi bisettimanalmente per 4 settimane ). 
Le risposte sono state valutate mediante le scale: Clinical Total Neuropathy Score ( TNSc ), FACT/GOG-Ntx ( Functional Assessment of Cancer Therapy / Gynecologic Oncology Group-Neurotoxicity ) e Neuropathy Pain Scale ( NPS ). 
I livelli sierici di citochine proinfiammatorie e citochine neurotrofiche sono stati ottenuti al basale e alle settimane 1, 2, 4, 8 e 14.
Sono stati arruolati nello studio 27 pazienti con mieloma multiplo.
Non ci sono stati eventi avversi associati con l’agopuntura. 
I dati valutati mediante la scala TNSc sono stati considerati non-validi e quindi non sono stati riportati.
lle settimane 10 e 14, le valutazioni alle scale FACT/GOG-Ntx e NPS hanno mostrato una riduzione significativa suggerendo una diminuzione del dolore e un miglioramento della funzione ( valori di P minori di 0.0001 per FACT/GOG-Ntx e NPS alle settimane 10 e 14 ). 
Tuttavia, gli studi di conduzione nervosa non hanno mostrato cambiamenti significativi tra la valutazione basale e la valutazione al termine dello studio. 
Non c’è stata alcuna correlazione delle citochine sieriche tra i responder versus i non-responder.
In conclusione, l'agopuntura è sicura, fattibile e produce miglioramenti soggettivi nei sintomi dei pazienti. 



sabato 2 gennaio 2016

Mieloma, prospettive promettenti con gli anticorpi monoclonali

I dati  su nuove terapie per il  mieloma hanno il potenziale di cambiare le prospettive per i pazienti  con malattia recidivante o refrattaria e sono attualmente in trattamento sperimentaleGli anticorpi monoclonali di sperimentazione  elotuzumab e daratumumab in combinazione con i farmaci attualmente in vigore potranno migliorare i risultati. Carfilzomib rappresenta un inibitore del proteasoma avanzato che può fornire ulteriori benefici se assunto con un dosaggio più alto. E la ideacetilasi (HDAC) del panobinostat appare efficace anche in popolazioni ad alto rischio, come parte di un regime completamente orale. Questi sono stati tra gli argomenti discussi da un panel di più esperti di mieloma durante la tavola rotonda Peer Exchange, dal titolo "Concetti emergenti nel trattamento del mieloma multiplo.  I relatori hanno convenuto che molto lavoro resta da fare nel campo per determinare il modo migliore per combinare agenti emergenti con farmaci  immunomodulanti (IMID) e altre terapie attualmente disponibili. 

Anticorpi monoclonali 


Alcuni dei dati più interessanti nel futuro trattamento del mieloma hanno coinvolto elotuzumab e daratumumab,  entrambi con applicazioni in sospeso nell'ambito del programma di revisione prioritaria della FDA. Elotuzumab è stato valutato in combinazione con lenalidomide e desametasone per i pazienti che hanno recidivato dopo una o più terapie precedenti; daratumumab è in fase di revisione come monoterapia per pazienti che non hanno almeno tre linee di precedente terapia o che sono doppie refrattari ad un inibitore del proteasoma e un IMiD. Lo studio di fase III ha mostrato che i pazienti con recidiva / refrattaria di mieloma multiplo hanno risposto a lenalidomide e desametasone combinato con  anticorpo monoclonale elotuzuab (79%) rispetto al lenalidomide e desametasone (66%). Inoltre, la combinazione ha a determinato una sopravvivenza libera da progressione (PFS)  di quasi 5 mesi, così come una riduzione di circa il 30% del rischio di progressione. 1






Noopur Suresh Raje, MD
Noopur Suresh Raje, MD
"Penso che questo sia una nuova pietra miliare nel mieloma, e se ci pensate anticorpi monoclonali, penso che possiamo imparare qualcosa dai nostri colleghi che curvano il linfoma", ha dichiarato Suresh Noopur Raje, MD, direttore, del Programma Mieloma, Massachusetts General Hospital. "La buona notizia con anticorpi monoclonali è che, una volta CHE  siamo in grado di gestire le reazioni correlate all'infusione, possiamo usare questi anticorpi monoclonali su qualsiasi tipo di approccio  che stiamo usando nel mieloma. "Jatin J. Shah, MD, professore associato, Dipartimento di Linfomi e Mieloma, l'Università del Texas MD Anderson Cancer Center, ha osservato che il rituximab è stato un" grande passo avanti "nel linfoma che gli specialisti hanno potuto distribuire ampiamente. Al contrario, ha detto Shah, gli specialisti mieloma probabilmente avranno più anticorpi da lanciare nella pratica clinica nello stesso arco di tempo e sarà una sfida per capire come utilizzare al meglio ogni farmaco.




Jatin J. Shah, MD
Jatin J. Shah, MD
In uno studio di fase II di pazienti che sono stati pesantemente pretrattati, la monoterapia con daratumumab ha determinato una PFS di 3,7 mesi, con quasi il 30% dei pazienti che hanno risposto e una durata di risposta di 7,4 mesi. 2

Lonial, capo ufficiale medico del Winship Cancer Institute, Emory University School of Medicine, ha detto che alcune delle risposte visto in questo studio sono state una risposta completa stringente (CRS), che ha trovato "molto sorprendente", visto che i partecipanti avevano ricevuto una mediana di cinque linee precedenti di terapia, tra cui carfilzomib e pomalidomide pure come altri farmaci.