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martedì 27 settembre 2016

#MIELOMA, l'uso di STATINE potrebbe ridurre il rischio di mortalità


NEW YORK, 27 settembre - L'uso di statine potrebbe ridurre nei pazienti affetti da mieloma multiplo il rischio di mortalità dovuta a una qualsiasi causa e di mortalità legata specificamente al mieloma multiplo. A suggerirlo è uno studio osservazionale sui veterani statunitensi, appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology.

"Studi precedenti hanno suggerito che le statine possono avere un ruolo nel migliorare i risultati, in particolare la sopravvivenza, nei pazienti che hanno un tumore" ha detto in un’intervista la prima firmataria del lavoro, Kristen Marie Sanfilippo, della Washington University di Seattle.

"Le statine agiscono sulla via del mevalonato, la stessa su cui agiscono i bisfosfonati contenenti azoto e precedenti studi prospettici hanno evidenziato che i bisfosfonati contenenti azoto possono offrire un beneficio di sopravvivenza nei pazienti con mieloma multiplo".

Sulla base di queste evidenze, la Sanfilippo e i colleghi hanno ipotizzato che anche le statine possano essere associate a un miglioramento della sopravvivenza nei pazienti con mieloma multiplo. 

Per testare la loro ipotesi, i ricercatori hanno utilizzato il registro tumori dei veterani (il Veterans Administration Central Cancer Registry), nel quale hanno identificato un’ampia coorte di 4957 pazienti ai quali era stato diagnosticato un mieloma multiplo tra il 1999 e il 2013; di questi, 2294 prendevano le statine. L’assunzione di statine è stata definita nello studio come qualsiasi prescrizione di una statina entro i 3 mesi precedenti o in qualsiasi momento dopo la diagnosi di mieloma.

Il follow-up è stato di 34 mesi per il gruppo che prendeva le statine e 26 mesi per quello che non le utilizzava.

I ricercatori hanno potuto analizzare la mortalità legata specificamente al mieloma in 3284 pazienti, 1415 dei quali prendevano le statine. I pazienti che hanno segnalato l'uso di statine erano tendenzialmente più anziani, in percentuale superore bianchi, avevano un BMI più alto, in misura maggiore erano stati diagnosticati dopo il 2006 e avevano più probabilità di avere alterazioni dei livelli di albumina e di emoglobina al basale. Inoltre, gli utilizzatori delle statine avevano più probabilità di avere comorbidità mediche, come il diabete e la cardiopatia ischemica.

L’OS mediana è risultata di 39,5 mesi tra gli utilizzatori delle statine e 27 mesi tra coloro che non le utilizzavano. Dopo aver aggiustato i risultati per i fattori confondenti, l'uso delle statine è risultato associato in modo significativo a una riduzione del 21% del rischio di mortalità dovuta a una qualsiasi causa (HR 0,79; IC al 95% 0,73-0,86) e una riduzione del 24% del rischio di mortalità legata a mieloma multiplo (HR 0,76; IC al 95% 0,67-0,86).

"I farmaci mirati e il trapianto di cellule staminali restano il caposaldo della cura del mieloma multiplo" ha detto Sanfilippo. "Tuttavia, se le statine si dimostrassero efficaci anche in studi prospettici, offrirebbero uno strumento aggiuntivo per migliorare i risultati in una malattia per la quale non è ancora disponibile una terapia curativa".

I fattori associati a una sopravvivenza inferiore sono risultati l’età avanzata, un BMI inferiore a 18,5, un punteggio elevato dell'indice di comorbidità di Charlson, valori di emoglobina inferiori a 10 g/dl, una velocità di filtrazione glomerulare inferiore a 30 ml/min/1,73 m2, livelli di albumina inferiori a 3 g/dl e il trattamento con pamidronato.

L'uso di statine è sembrato anche ridurre il rischio di sviluppare di un evento scheletrico (HR aggiustato 0,69; IC al 95% 0,59-0,8).

Inoltre, l'associazione fra uso di statine e miglioramento della sopravvivenza è sembrata aumentare all’aumentare della durata della terapia con questi ipocolesterolemizzanti.

Tra i limiti dello studio vi sono il fatto che il consumo di statine potrebbe essere stato classificato in modo sbagliato a causa della mancata compliance del paziente e, nonostante l’aggiustamento per i possibili fattori di confondimento, la possibile presenza di differenze residue e non misurate tra chi prendeva le statine e chi no.

Servono ora ulteriori studi per indagare meglio su quest’associazione, dicono i ricercatori. "Andando avanti, sarà importante confermare i nostri risultati in uno studio prospettico. Inoltre, stiamo studiando il ruolo delle statine nella gammopatia monoclonale di significato incerto, che può nascondere la fase precoce di un mieloma multiplo” ha detto la Sanfilippo.

venerdì 8 luglio 2016

#MIELOMA, dieci nuovi farmaci approvati in un anno. E si continua


UN CAMBIO di paradigma è un fondamentale cambiamento dei concetti di base e della metodologia sperimentale di una disciplina scientifica. E’ questo un concetto applicabile oggi al mieloma multiplo, una malattia subdola e progressivamente emergente? E’ stato questo il filo conduttore del convegno internazionale “Multiple Myeloma 2016: Perspectives for a paradigm change”, organizzato presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro da Pierfrancesco Tassone Angelo Vacca dal 30 giugno fino 2 luglio.

“Il mieloma è una malattia complessa, nella quale le interazioni fra plasmacellule maligne e microambiente del midollo osseo svolgono un ruolo essenziale. Anche se questa complessità rappresenta un ostacolo importante per la cura della malattia, la ricerca più recente ha evidenziato un numero sempre crescente di nuovi bersagli molecolari per superare questi ostacoli”, ha affermato Angelo Vacca dell’Università di Bari.

E’ proprio su questi bersagli che la ricerca apre a importanti prospettive terapeutiche. “Oltre dieci nuovi farmaci sono stati approvati da enti regolatori internazionali, quali Fda o Ema e almeno la metà di questi solo nell’ultimo anno, portando alla necessità di una profonda revisione delle linee guida internazionali per il trattamento della malattia. Accanto a questi successi terapeutici che stanno divenendo progressivamente fruibili per i pazienti, nuovi farmaci e nuove strategie sono in corso di sviluppo. Il problema attuale è costruire un sistema sostenibile”, ha spiegato Pierfrancesco Tassonedell’Università di Catanzaro.

Il convegno non ha però esclusivamente fatto il punto sullo scenario attuale, ma ha presentato alla comunità scientifica risultati originali di sicuro impatto sulla ricerca e sulla terapia del mieloma nei prossimi anni. Gli elementi fondamentali dello scenario futuro sono stati ben delineati da Kenneth Anderson del Dana-Farber Cancer Institute/Harvard Medical School di Boston: “I punti di forza del tumore diventano anche punti di vulnerabilità dello stesso, veri e propri talloni d’Achille”. Ecco la chiave di lettura.

Instabilità genetica ed evoluzione clonale. Le cellule di mieloma non riparano adeguatamente il proprio DNA e risultano pertanto geneticamente instabili. Questa instabilità provoca a sua volta la selezione di cloni tumorali con maggiore capacità di adattamento, portando la malattia ad assumere caratteristiche sempre nuove. Questo fenomeno, definito “eterogeneità clonale”, rappresenta il principale ostacolo per terapie efficaci. “Non solo ciascun tumore è diverso dall’altro, ma all’interno dello stesso tumore sono presenti differenti popolazioni, ciascuna con specifiche aberrazioni geniche che ne determinano il fenotipo di malignità. Oggi abbiamo gli strumenti per identificare questi cloni e costruire strategie per colpirli in maniera selettiva”, ha sottolineato Leif Bergsagel della Mayo Clinic di Scottsdale.

Nuovi regolatori dell’espressione genica. Tecnologie d’avanguardia hanno permesso di identificare nuove modalità di regolazione dell'espressione genica tumore-specifica quali potenziali bersagli per nuove terapie sperimentali. Nuove tecniche di sequenziamento hanno permesso l’identificazione di regioni critiche nel Dna del tumore che svolgono funzioni chiave nello sviluppo dello stesso. La sperimentazione di farmaci innovativi in grado di interferire con tali regioni critiche appare estremamente promettente. “Gli inibitori di BET bromodomain sono tra questi farmaci”, ha spiegato Mariateresa Fulciniti del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, “e abbiamo sviluppato un modello terapeutico di alta rilevanza per la sperimentazione clinica”. “Altri farmaci molecolari che modulano l’espressione dei geni sono gli inibitori di RNA non codificanti, quali ad esempio i microRNA”, ha continuato Pierfrancesco Tassone “siamo molto vicini alla sperimentazione clinica di questi nuovi agenti”.

Immuno-oncologia. La riscoperta del ruolo del sistema immunitario ha aperto nuove frontiere nel trattamento di questa malattia. “Dopo i brillanti risultati di terapie immunologiche aspecifiche ma di sicura attività clinica, è ora il momento di educare il sistema immunitario con strategie selettive come quelle basate sui vaccini o su cellule immunitarie geneticamente modificate”, ha affermato Martin Gramatzki dell’Università di Kiel.

“Non è possibile avere una sola chiave di lettura, oggi disponiamo di modalità di analisi diverse come la genomica, la proteomica, l’epigenomica. Ma disponiamo anche di metodiche innovative d’integrazione dei dati in silico fondate su tecnologie informatiche. Proprio su questo, il nostro gruppo ha presentato dati originali su di una nuova firma molecolare con forte valore prognostico” ha concluso Pierosandro Tagliaferri dell’Università di Catanzaro.

mercoledì 6 luglio 2016

#MIELOMA, il trapianto autologo rimane il trattamento di scelta in prima battuta. Meglio del bortezomid

BOLOGNA, 6 luglio - Nei pazienti giovani ai quali è stato da poco diagnosticato un mieloma multiplo, il trapianto autologo di cellule staminali dovrebbe rimanere il trattamento di scelta in prima battuta. A indicarlo sono i risultati ad interim dello studio EMN02/H095 MM, uno studio randomizzato di fase III presentato in occasione del recente congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), a Chicago.

"Il trapianto autologo è risultato associato a un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da progressione (PFS) se confrontato con il regime VMP, cioè la combinazione di bortezomib, melfalan e prednisone, nell’insieme della popolazione studiata", ha detto Michele Cavo, direttore dell’Istituto di Ematologia e Oncologia Medica L. A. Seragnoli all’Università degli Studi-Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna.

Cavo ha spiegato che nell’era dei nuovi farmaci il ruolo del trapianto autologo è stato messo in discussione. In precedenza, il ruolo del trapianti era stato accettato sulla base di studi clinici randomizzati che avevano confrontato il trapianto o il non trapianto con la chemioterapia convenzionale. Quegli studi, tuttavia, erano stati effettuati senza che bortezomib fosse incluso nella terapia di induzione prima del trapianto. Invece, ha proseguito il professore, l'utilizzo di una terapia a base di bortezomib è ora "il gold standard per tutti i pazienti affetti da mieloma mutiplo candidabili al trapianto".

Lo studio EMN02/H095 MM ha coinvolto 1266 pazienti con non più di 65 anni ai quali era stato da poco diagnosticato un mieloma multiplo. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a 3-4 cicli della terapia di induzione con la combinazione bortezomib-ciclofosfamide-desametasone, seguita dal trattamento con la sola ciclofosfamide a un dosaggio compreso fra 2 e 4 g/m2, in aggiunta al G-CSF per mobilizzare le cellule staminali del sangue periferico. La soglia per la raccolta ottimale di cellule staminali è stata fissata in 2 x 106 di cellule CD34+.

Per la prima randomizzazione, i pazienti che hanno raggiunto il valore soglia delle cellule CD34+ sono stati trattati con melfalan ad alto dosaggio (200 mg/m2) e sono stati sottoposti a un trapianto autologo singolo o doppio (nei centri che seguono una politica di doppio intensificazione, i pazienti sono stati assegnati in modo casuale al trattamento con melfalan o con il regime VMP), oppure sono stati trattati con quattro cicli del regime VMP, che, ha spiegato Cavo, era lo standard di cura in Europa quando lo studio è stato progettato.

Per la seconda randomizzazione, i pazienti di entrambi i bracci sono stati sottoposti a una terapia di consolidamento con due cicli di bortezomib, lenalidomide e desametasone (regime VRD) oppure non sottoposti ad alcuna terapia di consolidamento. I pazienti di entrambi i bracci hanno poi fatto una terapia di mantenimento con lenalidomide 10 mg al giorno fino alla ricaduta o alla progressione della malattia.

La prima analisi ad interim prevista dal protocollo, è stata effettuata su 1192 pazienti nei primi mesi del 2016, dopo che era stato osservato il 33% degli eventi richiesti in termini di PFS (che era l’endpoint primario dello studio) dalla prima randomizzazione. Sono stati inclusi nell’analisi pazienti che non avevano più di 63 anni e con un follow-up mediano di 26 mesi.

La PFS a 36 mesi è risultata superiore tra i pazienti sottoposti al trapianto rispetto a quelli trattati con il regime VMP (HR 0,73; IC al 95% 0,59-0,90; P = 0,001). Tale vantaggio si è mantenuto nei sottogruppi di pazienti a basso e ad alto rischio. Il beneficio di PFS associato al trapianto nella popolazione complessiva si è mantenuto nell'analisi multivariata nei pazienti con citogenetica a rischio standard e un punteggio dell’Internazional Staging System pari a I e "la superiorità del trapianto rispetto al regime VMP è stata ulteriormente convalidata dal miglioramento significativo della percentuale di risposta parziale molto buona o ancora migliore" (84% contro74%; OR 1,90; IC 1,42-2,54; P < 0,0001).

Inoltre, l’analisi di regressione di Cox ha confermato che il trapianto è un fattore predittivo di prolungamento della PFS (HR 0,61, IC 0,45-0,82; P = 0,001).

I dati sulla sopravvivenza globale (OS) non sono ancora maturi e Cavo ha detto che per ora non si vede alcuna differenza fra i due gruppi di trattamento.

I risultati di questa analisi, ha concluso il professore, convalidano la conclusione che il trapianto autologo di cellule staminali upfront "continua ad essere il trattamento di riferimento per i pazienti ‘fit’ con mieloma multiplo di nuova diagnosi, anche nell'era degli agenti innovativi e anche nella confronto prospettico con un regime a dosaggio standard contenente bortezomib"

mercoledì 22 giugno 2016

CELLULE "armate" e "kamikaze" per combattere il #mieloma e altri tumori del sangue


COPENHAGEN, 22 giugno - Cellule 'armate' e 'kamikaze', programmate cioe' per combattere il cancro e poi suicidarsi una volta portato a termine il loro compito. E' questa la nuova potenziale 'arma' , attualmente a livello sperimentale, per la cura dei tumori del sangue. Le cellule in questione sono i linfociti del sistema immunitario e la nuova tecnica attraverso cui vengono 'ingegnerizzate' per svolgere la loro particolare missione è definita CAR-T. Ad evidenziarne il grande potenziale sono gli ematologi riuniti a Copenaghen per il recente Congresso dell'Associazione europea di ematologia (Eha). ''Si tratta di una strada dalle potenzialita' enormi - afferma il presidente della Societa' italiana di ematologia (Sei) Fabrizio Pane -. Studi recenti hanno infatti dimostrato che tale trattamento determina la remissione del tumore, ovvero la sua scomparsa, nel 60-70% dei pazienti con leucemia linfoblastica acuta allo stadio avanzato, ma ci sono evidenze di efficacia anche contro alcuni tipi di linfoma e mielomaI primi studi su tale tecnica - sottolinea - sono stati condotti dal Policlinico Federico II di Napoli insieme al Baylor College di Houston''. 
Va pero' detto, avverte l'esperto, che ''siamo ancora dinanzi ad un trattamento sperimentale, sia pure straordinariamente efficace, e comunque testato ancora su un numero ridotto di pazienti''. Altro problema e' poi rappresentato dai costi: ''Il trattamento può' arrivare a costare 3-400mila dollari al mese ed al momento - afferma Pane - solo 6 o 7 centri al mondo, in Europa ed America, sono in grado di effettuarlo, anche se presto pure alcuni centri italiani potrebbero iniziare ad utilizzare la tecnica CAR-T''. 
Ma come funziona in pratica questo nuovo approccio terapeutico? ''Si preleva innanzitutto il sangue del paziente. Quindi - spiega Pane - con tecniche di ingegneria genetica si fa in modo che i linfociti esprimano dei recettori che riconoscono le cellule tumorali, spingendo gli stessi linfociti ad attaccarle. I linfociti così manipolati vengono dunque ritrasfusi al paziente''. Al Congresso Eha nuovi studi hanno pero' illustrato avanzamenti della tecnica CAR-T in cui i linfociti, sottolinea il presidente degli ematologi, ''vengono ingegnerizzati per attaccare il tumore e poi 'spegnersi', ovvero suicidarsi, quando la malattia e' ormai eradicata''. Un grande passo avanti, insomma, che dimostra, rileva Pane, come ''si stia oggi allargando il numero di armi che abbiamo per combattere i tumori del sangue: oltre alla chemioterapia, abbiamo identificato numerosi bersagli cellulari e messo cosi' a punto farmaci biologici efficaci. C'e' poi il nuovo approccio dell'immunoterapia, e anche nuovi anticorpi monoclonali che hanno l'effetto di indurre le cellule tumorali ad autodistruggersi''. Il ''futuro - commenta - sta però nell'approccio integrato, cioè nell'utilizzo combinato delle diverse terapie''. Una modalità vincente, questa, conclude il presidente Sie, per arrivare a dare 'scacco matto' ai tumori del sangue, che ogni anno fanno registrare solo in Italia circa 24mila nuovi casi, pari al 15% di tutti i tipi di tumore.

STORIE DEL #MIELOMA Bibi, "la mia battaglia che dura da 15 anni"


"La mia lotta contro il mieloma è iniziata in un modo molto particolare: con un bigliettino affisso nella bacheca di un supermercato. Proprio così. Oggi ho 65 anni ma la mia battaglia è cominciata circa 15 anni fa: il medico mi ha diagnosticato questo tipo di tumore, di cui io sapevo molto poco, e mi è crollato il mondo addosso. La prima reazione è stata cercare di capirne di più. Mi sono documentata, anche per 'tradurre' le spiegazioni a volte troppo scientifiche che gli oncologi mi davano. Sono danese e vivo a Copenaghen e fino ad allora la mia vita era stata molto attiva. Poi, improvvisamente, è cambiato tutto. Stranamente, però, la cosa più difficile che ho dovuto gestire, almeno all'inizio, è stata la rabbia di mia figlia: aveva 20 anni e non accettava assolutamente la mia malattia. Ricordo quando volle parlare da sola col mio oncologo, al quale chiese se questo tumore mi avrebbe fatta morire. La risposta, che mia figlia mi riferì tra le lacrime, fu: ''Probabilmente sì''. Invece, per fortuna, non è andata così. Ho capito che dovevo lottare. Mi sono sottoposta alla chemioterapia e poi al trapianto autologo di cellule staminali. Per un lungo periodo la malattia è regredita. Poi, si è ripresentata.
A quel punto i medici hanno optato per un nuovo trapianto di staminali, e sono stata meglio. Ora, a distanza di anni, ci sono dei segni che probabilmente mi porteranno ad una ripresa dei trattamenti, ma io sono fiduciosa. Inaspettatamente ho tenuto a bada il tumore per tanto tempo e voglio continuare a combattere. Ma cosa c'entra, in questo doloroso percorso, il bigliettino al supermercato? C'entra eccome, e in un certo qual modo mi ha 'salvato', insieme e forse più dei farmaci. Quando all'inizio della malattia parlavo con i medici, la sensazione che più mi attanagliava era quella dell'immensa solitudine: gli oncologi mi spiegavano, ma quando uscivo dalla loro stanza nessuno aveva idea di cosa fosse un mieloma. Non potevo parlare della mia malattia perchè i miei parenti o i miei amici apparivano disarmati: leggevo sui loro volti la difficoltà nel cercare una risposta da darmi o anche una semplice frase di incoraggiamento. Il mistero di questa malattia 'sconosciuta' li spiazzava. E li ammutoliva. Allora ho pensato: 'Ma ci sarà qualcun altro che ha il mio stesso cancro. Devo trovarlo'. Ogni mattina andavo a fare la spesa in un supermercato e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: 'Metto un bigliettino nella bacheca dei messaggi. E' stata messa lì apposta'. ''Ho un mieloma, ho bisogno di parlare e confrontarmi. Se qualcuno ha la mia stessa malattia o conosce altri che ne siano affetti, per favore mi contatti. Bibi''.
Dopo qualche giorno, la sorpresa: due persone mi hanno telefonato. Ci siamo incontrati, abbiamo parlato. E' stato come ritrovarsi tra vecchi amici. Ci siamo sentiti vicini e, parlando e condividendo ciò che stavamo vivendo, ci siamo improvvisamente sentiti più forti. Da cosa nasce cosa. Il 'gruppo' si è allargato sempre di più. E allora abbiamo fatto un passo avanti: abbiamo fondato la Danish Multiple Myeloma Association, l'Associazione danese per il mieloma multiplo, di cui io sono coordinatrice. Ed abbiamo dato vita anche ad un Network dei pazienti. Durante gli anni, vari amici ci hanno lasciato. E' nel corso delle cose. Ma quello che ho capito è che, per un malato, la prima, fondamentale medicina è quella di non sentirsi solo, abbandonato, con medici e infermieri come unici interlocutori. Creare una 'rete' è ciò che abbiamo cercato di fare. Oggi, anche io mi sento più 'protetta' grazie al nostro Network. Se ve ne sarà bisogno, sono di nuovo pronta a lottare. E questa volta non partirò sola."
                                                                                              Bibi Moe

mercoledì 8 giugno 2016

DARATUMUMAB, killer del #mieloma:i numeri confortanti della sperimentazione


CHICAGO, 8 giugno - I dati di uno studio clinico di fase 3 MMY3004 (CASTOR) hanno dimostrato che il trattamento immunoterapico con daratumumab (DARZALEX®) in combinazione con una terapia standard, bortezomib (un inibitore del proteasoma [PI]) e desametasone (un corticosteroide), ha dimostrato una riduzione del 61% nel rischio di progressione o morte (sopravvivenza libera da progressione, PFS) rispetto ai soli bortezomib e desametasone nei pazienti affetti da mieloma multiplo sottoposti in media due linee terapiche precedenti (Hazard Ratio (HR)=0,39; CI 95% (0,28-0,53), p<0,0001).1
Secondo i risultati oggi annunciati da Janssen-Cilag International NV, daratumumab ha inoltre aumentato significativamente il tasso di risposta globale (ORR) [83% vs. 63%, p<0,0001]. Non è stata raggiunta la PFS nel braccio trattato con daratumumab rispetto alla PFS media di 7,16 mesi per I pazienti trattati con soli bortezomib e desametasone.1
Questi dati sono presentati in toto oggi  nel corso della “Plenary Session: Including the Science of Oncology Award and Lecture” alla conferenza annuale 2016 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago. Saranno inoltre inclusi nel programma di ASCO dedicato ai mezzi d’informazione. Questi risultati saranno illustrati nuovamente anche nel corso di una presentazione orale alla 21° Conferenza annuale della European Hematology Association (EHA) domenica 12 giugno alle 12:00 – 12:15 CEST +
“Abbiamo rilevato miglioramenti nella sopravvivenza libera da progressione e nei tassi di risposta globale con daratumumab in combinazione con le terapie standard”, ha dichiarato il Prof. Antonio Palumbo, Responsabile dell’Unità del mieloma multiplo del Dipartimento di oncologia, Divisione di Ematologia dell’Università degli Studi di Torino. “Questi interessanti risultati dello studio clinico di fase 3 dimostrano che un regime terapeutico basato su daratumumab migliora le risposte cliniche e aiuta a sottolineare il potenziale per i pazienti affetti da mieloma multiplo già trattati in precedenza”.
Oltre a rispondere all’endpoint primario di migliorare la PFS per un follow-up mediano a 7,4 mesi e ad aumentare significativamente il tasso di risposta globale rispetto ai soli bortezomib e desametasone, daratumumab ha presentato tassi doppi di risposta completa (CR) o superiori [19% vs. 9%, p=0,0012], inclusi tassi doppi di risposta parziale molto buona (VGPR) [59% vs. 29%, p<0,0001]. Non è stata ottenuta la PFS mediana, rispetto a una PFS di 7,16 mesi per i pazienti trattati con soli bortezomib e desametasone. I benefici del regime terapeutico con daratumumab in combinazione sono stati mantenuti in tutti i sottogruppi clinicamente rilevanti.1
“Janssen si impegna a ridefinire l’impatto dei tumori sui pazienti grazie a ricerche e soluzioni innovative. Siamo quindi estremamente incoraggiati dai notevoli risultati interinali di questo studio, che offrono un’importante analisi sugli effetti di daratumumab in combinazione con regimi terapeutici già affermati e illustrano le possibilità di questa immunoterapia nelle prime linee di trattamenti”, ha dichiarato Jane Griffiths, presidente del gruppo di aziende Janssen per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. “Siamo impegnati a esplorare il valore completo del trattamento con daratumumab per i pazienti affetti da mieloma multiplo e a guardare in avanti, alla differenza che possiamo fare con dati di questo tipo”.
% Complessivamente, il profilo di sicurezza della terapia a base di daratumumab in combinazione era in linea con il profilo noto di sicurezza di daratumumab monoterapico (D) e di bortezomib in combinazione con desametasone (Vd), rispettivamente. Gli eventi avversi (EA) più comuni (>25%) [DVd/Vd] sono stati trombocitopenia (59%/44%), neuropatia sensoriale periferica (47%/38%), diarrea (32%/22%) e anemia (26%/31%). Gli eventi avversi di grado 3 o 4 più comuni (>10%) sono stati trombocitopenia (45%/33%), anemia (14%/16%) e neutropenia (13%/4%). Le infezioni/infestazioni di grado 3/4 hanno rappresentato il 21% nel gruppo DVd il 19% nel gruppo Vd. L’evento avverso emergente da trattamento, o TEAE, più comune (≥5%) di tipo infezioni/infestazioni di grado 3/4 è stato la polmonite (8%/10%). Il numero di pazienti con eventi emorragici di grado 3 o 4 (3 pazienti nel gruppo DVd, 2 pazienti nel gruppo Vd) è stato ridotto in entrambi i gruppi di trattamento. Pochi pazienti (7%/9%) hanno interrotto la terapia a causa di un TEAE.1
Informazioni sullo studio clinico MMY3004 (CASTOR)
Lo studio clinico di fase 3, multinazionale, in aperto, randomizzato, multicentrico, con controllo attivo MMY3004 ha riguardato 498 pazienti affetti da mieloma multiplo che hanno ricevuto in media due linee terapiche precedenti. Il 66% di pazienti aveva ricevuto un trattamento precedente a base di bortezomib, il 76% ha ricevuto un trattamento precedente a base di un agente immunomodulante, mentre il 48% aveva ricevuto un trattamento precedente a base di un PI e di un agente immunomodulante. Il 33% dei pazienti era risultato refrattario a un agente immunomodulante, mentre il 32% era risultato refrattario all’ultima linea terapica precedente. I pazienti sono stati randomizzati per ricevere daratumumab combinato con bortezomib e desametasone sottocutanei (n=251) oppure solo bortezomib e desametasone (n=247). I partecipanti sono stati trattati con daratumumab fino alla progressione della malattia, a un livello inaccettabile di tossicità o per altre ragioni che hanno portato all’interruzione dello studio clinico.
Il giorno 30 marzo 2016, dopo il raggiungimento dell’endpoint primario del miglioramento della PFS in un’analisi interinale programmata (HR = 0,39, p<0,0001), MMY3004 (CASTOR) è diventato uno studio clinico in aperto. In base alle raccomandazioni di un comitato indipendente per il monitoraggio dei dati (IDMC), ai pazienti nel braccio sottoposto a trattamento standard è stata offerta la possibilità di ricevere daratumumab a seguito della conferma della progressione della malattia.
Janssen avvierà le discussioni con le autorità di regolamentazione sul potenziale di una richiesta di autorizzazione in base ai risultati di questo studio. È in fase di preparazione una relazione completa sullo studio clinico che sarà presentata alle autorità sanitarie globali.
Ulteriori dati sul trattamento in combinazione
Anche lo studio clinico di fase 3 MMY3003 (POLLUX), che ha confrontato daratumumab in combinazione con lenalidomide e desametasone rispetto ai soli lenalidomide e desametasone nei pazienti affetti da mieloma multiplo che avevano ricevuto almeno una linea terapica precedente, è diventato uno studio in aperto nel mese di maggio 2016. In base ai risultati dell’analisi interinale programmata condotta da un comitato indipendente per il monitoraggio dei dati, lo studio ha centrato l’endpoint primario del miglioramento della PFS. I dati dello studio clinico POLLUX saranno presentati al Presidential Symposium dell’EHA venerdì 10 giugno 2016 alle ore 16:47 CEST (abstract n. LB2238).
Informazioni su daratumumab
Daratumumab è un biologico innovativo mirato alla CD38, una proteina di superficie con espressione elevata in diverse cellule di mieloma, indipendentemente dalla fase della malattia . Daratumumab provoca la rapida morte delle cellule tramite apoptosi (morte cellulare programmata)7,8 e meccanismi d'azione immunomediati, inclusa la citotossicità complemento-dipendente (CDC), la citotossicità cellulare anticorpo-dipendente (ADCC) e la fagocitosi cellulare anticorpo-dipendente (ADCP). Daratumumab ha dimostrato inoltre effetti immunomodulanti che contribuiscono alla morte cellulare del tumore grazie all'aumento delle cellule immunosoppressive come le cellule T-reg, B-reg e le cellule soppressive di derivazione mieloide. Attualmente sono in corso cinque studi clinici di fase 3 con daratumumab in pazienti con recidiva e di prima linea. Sono in fase di programmazione o di svolgimento anche studi addizionali per valutare il potenziale di daratumumab in altri tumori maligni e pre-maligni con espressione della CD38. Per ulteriori informazioni, si prega di visitare il sito www.clinicaltrials.gov.
Nel mese di maggio 2016, daratumumab è stato approvato dalla Commissione europea (CE) come monoterapia per pazienti adulti affetti da mieloma multiplo (MM) recidivato e refrattario, precedentemente sottoposti a una terapia basata su un inibitore del proteasoma (IP) e su un agente immunomodulante con dimostrata progressione della malattia rispetto all'ultimo trattamento somministrato. Daratumumab è stato approvato con una valutazione accelerata, un processo riservato ai medicinali che si ritiene possano essere di interesse sanitario pubblico, in particolare dal punto di vista dell’innovazione terapeutica. Nel mese di agosto 2012 Janssen Biotech, Inc. e Genmab A/S hanno concluso un accordo mondiale che garantisce a Janssen i diritti di licenza esclusiva per lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di daratumumab.

giovedì 2 giugno 2016

Si studia in GERMANIA un vaccino terapeutico universale efficace per tutti i tumori


MAINZ (Germania) - Può essere definito il Santo Graal dell’oncologia: un vaccino terapeutico “universale” efficace contro tutti i tipi di cancro. E’ quello a cui sta lavorando un gruppo di ricercatori dell’Università Johannes Gutenberg a Mainz (Germania), il quale ha ideato una strategia davvero molto promettente, descritta in un articolo pubblicato sulla rivista Nature. I ricercatori tedeschi hanno creato un vaccino in grado di indurre una forte risposta del sistema immunitario al cancro, utilizzando “proiettili” rivestiti da grassi (liposomi) e “infarciti” da nanoparticelle di Rna.  I liposomi, simili a vescicole di grasso, fungono da “veicoli” per raggiungere il bersaglio e proteggono le nanoparticelle nel loro passaggio all’interno dell’organismo. Il bersaglio di questi proiettili non sono però le cellule tumorali, ma quelle del sistema immunitario e in particolare le cellule dentritiche, che, insieme ai macrofagi, sono dei veri e propri “spazzini” del nostro organismo. Il problema è che questi “spazzini”, normalmente non vedono il tumore e lo lasciano così proliferare. Ora, i ricercatori tedeschi, grazie a questi proiettili di Rna, sono riusciti a produrre antigeni specifici che spingono le cellule del sistema immunitario a colpire quelle tumorali fin dalla loro prima apparizione. In un certo senso è come se, attraverso l’introduzione del Rna nelle cellule immunitarie, i ricercatori avessero “hackerato” il loro sistema di riconoscimento e lo avessero modificato.  

BUONI I PRIMI TEST SU ANIMALI E 3 PAZIENTI CON MELANOMA  
Il vaccino è stato testato con successo sui topi e su tre pazienti affetti da melanoma in stadio avanzato. Già a basse dosi, si è mostrato capace di attivare una risposta immunitaria efficace contro il tumore. Tuttavia, questo approccio potrebbe essere efficace anche per molti altri tipi di tumori. “Dipende dal tipo di Rna che viene caricato nelle vescicole di grasso”, precisa Michele Maio, direttore UOC dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e ricercatore dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc). 

CI SONO TANTI APPROCCI DIVERSI ALL’IMMUNONCOLOGIA  
Il vaccino sviluppato dai ricercatori tedeschi è solo uno dei tanti approcci immunoterapici ideati negli ultimi decenni. “Ci sono agenti terapeutici già in uso in clinica che si sono dimostrati in grado di migliorare la sopravvivenza a lungo termine dei pazienti affetti da alcuni tipi di tumore”, spiega Maio. “Farmaci immunoterapici - continua – vengono già utilizzati contro il melanoma cutaneo, alcuni tipi di tumore del polmone, il carcinoma renale, i tumori testa-collo e così via”. E molti altri sono in via di sviluppo, così come sono allo studio nuove combinazioni di farmaci potenzialmente promettenti. In particolare, Maio e il suo gruppo di ricercatori hanno avviato uno studio di immunoncologia, il primo al mondo di questo tipo, che combina due farmaci mai associati fra loro contro il melanoma cutaneo: l’ipilimumab, già utilizzato con buoni risultati contro questa forma di cancro alla pelle, e SGI-110, un farmaco epigenetico che modifica il Dna delle cellule. Grazie al sostegno di Airc, i ricercatori stanno studiando la possibilità di aumentare l’efficacia del farmaco immunoterapico con la capacità del farmaco epigenetico di indurre le cellule tumorali a esprimere sulla loro superficie molecole che le rendano più sensibili al riconoscimento del sistema immunitario, che può così distruggerle. “Il campo dell’immunoncologia è molto fertile, ma ci vorrà ancora del tempo prima di beneficiare di tutti i suoi frutti”, conclude Maio.